Le finaliste di .itCup 2015: Playr | ITCup
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Le finaliste di .itCup 2015: Playr

Le finaliste di .itCup 2015: Playr

di Antonio Pirozzi

 

La musica è senz’altro uno dei business di punta per le startup: basta pensare a Spotify, Deezer e Musixmatch. Questo perché la musica fa parte della vita quotidiana di ciascuno di noi e accompagna sia i nostri momenti di relax in solitudine, sia gli eventi che condividiamo con gli amici. Radiosa Romani, CEO di Playr, ci spiega perché ha deciso di realizzare un servizio che è un vero e proprio social network di condivisione musicale. Ecco a voi Playr, quarta finalista di .itCup Registro 2015.

 

Come nasce l’idea di Playr?

L’idea di Playr è nata la sera di capodanno del 2012 ad una festa privata in una casa a Parigi, dove mi sono ritrovata l’ennesima volta nella seguente situazione: iPod del padrone di casa attaccato all’impianto, all’epoca ancora esistevano gli iPod con una scarsa selezione musicale e numerosi invitati, compresi alcuni miei amici desiderosi di ballare o di sentire qualcosa di conosciuto o qualcosa da far ascoltare agli altri che si strappano di mano l’iPod in cerca di un brano, o altri invitati più organizzati che si prenotano per mettere qualcosa dal proprio telefono. All’epoca ancora non c’era la diffusione di servizi streaming come Spotify o Deezer su mobile e quindi si finiva spesso a cercare cose da YouTube e inevitabilmente tutta la festa doveva pagare il dazio di ascoltare la pubblicità degli assorbenti o dell’assicurazione prima di sentire la prossima canzone oppure il rumore tipo elettroshock causato dall’unplug del cavo audio rovinava il dolce flow della musica della serata, interrompendo continuamente l’atmosfera che il brano precedente aveva faticosamente creato. A chi non è mai capitata una situazione analoga almeno una volta frequentando feste private? Ho capito quindi che c’era una forte necessità da parte di molti degli invitati a un evento, spesso i più amanti della musica, di voler sentire o far sentire un brano come fosse un modo unico per esprimere la propria personalità e farsi conoscere o notare. La musica è da sempre un grande coadiuvante sociale, basti pensare ai concerti o alle serate di musica elettronica, i festival, ecc…La parola condivisione è legata alla musica da molto prima di arrivare che si arrivasse ad altre forme espressive, da sempre la musica unisce le persone e le fa socializzare.

 

Perché hai deciso di partecipare a .itCup? 

Oltre ad essere un ottima opportunità per mettere appunto il proprio modello di business e misurarsi con gli investitori, ci è sembrata una buona occasione per confrontarsi con altre realtà e avere visibilità.

Radiosa_Playr-founder

 

Playr è anche un modo per conoscersi? Come funziona?

Playr intercetta questo need e cerca di portare l’esperienza del social network all’interno di una serata vera, ovvero un appuntamento che riunisce fisicamente le persone in uno stesso luogo dove si suona e si ascolta tutti insieme una playlist, composta dalle selezioni dei partecipanti che sono realmente all’evento. L’app ha due user experiences: master e player. Il master è l’organizzatore o host dell’evento che oltre a creare l’evento scegliendo il genere o generi musicali che dovranno essere selezionati, la data, l’orario, la location, può preselezionare alcuni brani per iniziare la serata. I players invece sono i partecipanti che una volta ricevuto e accettato l’invito possono iniziare ad interagire aggiungendo tracce alla playlist dell’evento e fare like o commentare le selezioni degli altri, solamente una volta arrivati sul posto. Una nota importate è che nessuno degli invitati può interagire ma eventualmente solo visualizzare lo stream dell’evento prima di arrivare fisicamente sul luogo. La playlist dell’evento in corso è una sorta di stream dove, come su Instagram per le foto, gli invitati commentano e aggiungono like sotto alle canzoni selezionate dagli altri partecipanti. Dunque le tracce che raccolgono più like salgono nella playlist. Questo meccanismo crea una sorta di “engagement” e gioco intorno a quello che viene selezionato e stimola la socializzazione tra gli invitati.

 

Qual è la novità di Playr nel mondo dei social e delle applicazioni?

La novità e l’innovazione di Playr sono proprio la semplice regolamentazione del meccanismo del juke box seguendo gli schemi e le regole di quello che accade su ogni social network come Instagram o Facebook. L’idea è di far usare l’app per interagire con gli altri partecipanti ad una stessa serata e di farli incontrare veramente, visto che sono effettivamente nello stesso luogo, attraverso le proprie scelte musicali. Mentre tutti gli altri social e piattaforme musicali o app mirate alla condivisione delle playlist puntano a connettere persone distanti sia nel tempo che nello spazio, Playr si propone di funzionare principalmente “Here and Now” ovvero all’interno di uno specifico evento. L’evento può essere sia pubblico (un bar, un pub, un cafe ecc…) che privato (una cena, una festa, un matrimonio ecc…). La nostra mission è infatti quella portare l’attenzione dei nostri utenti su quello che gli sta accadendo intorno. A differenza degli altri social Playr si propone di far coincidere per una serata l’identità digitale con quella reale, non spostando l’attenzione dell’utente all’esterno ma ottimizzando l’esperienza reale.

 

playr

 

Molti italiani vanno in Silicon Valley per far crescere il proprio progetto innovativo. Secondo te in Italia cosa non funziona? Dove si blocca il meccanismo della filiera?

Credo che in Italia, oltre ad esserci pochi soldi da investire in innovazione, ci sia una cultura poco lungimirante e ancora troppo diffidente nei confronti delle startup che tuttavia stanno crescendo nonostante le difficoltà del paese. Noi italiani abbiamo grandissime capacità e idee e riusciamo a volte a far crescere le rose nel deserto. Non oso immaginare cosa saremmo in grado di fare se avessimo un ambiente dove far crescere le nostre idee meno ostile. A volte sembra veramente impossibile far impresa in questo paese e trovare le persone giuste con cui collaborare. Purtroppo, come so che c’è tanta gente che si da da fare per cambiare e creare realtà nuove, so anche che c’è anche una grande fetta del paese che è rimasta ferma nel vecchio sistema ed è incapace di credere in qualcosa che possa effettivamente portare un cambiamento. Quest’aria di sfiducia che si respira un po’ in tutti i settori, dovuta sicuramente all’andamento fallimentare della struttura paese, porta molte startup italiane ad andare all’estero dove oltre ad esserci evidentemente più capitale, c’è anche più fiducia nel futuro, cosa della quale noi italiani, in particolare i giovani, siamo al momento completamente sprovvisti.

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